A scuola da un Umanista: Guarino da Verona

 Se chiediamo ad un alunno X di un qualsiasi Liceo classico italiano di spiegarci come si studiano il Latino e il Greco al biennio, abbiamo varie possibilità di risposta. Se l’alunno è svogliato, ovviamente proverà a trovare risposte evasive, oppure ammetterà serenamente che non si studiano: si copia quello che il compagno più bravo o più volenteroso (e disponibile) “passa” agli altri. Se l’alunno invece è uno che ci tiene allo studio, o addirittura è un appassionato di queste due materie (ed ammettiamolo, senza sognare ad occhi aperti un paradiso in terra di latinisti e grecisti, costui sarà uno su cento o giù di lì), allora risponderà più o meno come segue.

Per prima cosa, si segue la spiegazione del prof sull’argomento di grammatica che costituisce la “lezione del giorno”, e magari si prendono appunti. Poi (se c’è tempo), il prof fa fare degli esercizi in classe per verificare se gli alunni hanno compreso la spiegazione; infine, si segnano sul diario (et sim.) le pagine di “teoria” del manuale di grammatica e gli esercizi da fare a casa.

Dopodiché, appunto nella dolce quiete della sua casetta, l’alunno coscienzioso svolge quanto gli è stato assegnato. Uno su cento “fa i compiti” anche se non vanno per l’indomani. Gli altri 99 li dilazionano in giorni, settimane o calende greche. Prezioso e insostituibile alleato, anche se subdolo, è il dizionario; ad esso l’alunno si rivolge inter spem metumque, pregando gli dèi del Latino e del Greco di fargli trovare presto le “frasi” per poter finire prima i compiti. Questa è la routine. Naturalmente quando si è “nel periodo delle interrogazioni” (espressione che fa venire in mente la stagione dei monsoni, e non proseguo con altre sinistre analogie), allora il discorso cambia: ore e ore a ripassare costrutti ed eccezioni, a snocciolare litanie di flessioni, a chiedersi come diavolo è fatto il manico di un aratro e perché diavolo in latino deve essere così complicato declinarlo, etc. Per quanto riguarda le “versioni”, una robusta operazione di drenaggio e convogliamento dai preziosissimi quaderni dei “bravi e diligenti” che le hanno fatte tutte (!), oppure affannose ma nel complesso proficue ricerche sul web… E, dopo la “prova del fuoco” della verifica orale, si torna alla routine sopra descritta. Da settembre a giugno (salvo imprevisti), anno dopo anno. Fino alla “Maturità”. E Amen.

IMG_0642Se ora chiediamo al nostro alunno X quando e grazie a chi (o per colpa di chi) gli scolari italiani (ed europei) hanno cominciato a studiare il Latino e il Greco, costui (uno su cento) risponderà: nel XV secolo, grazie agli umanisti. Giustissimo: solo che gli umanisti il Latino e il Greco non lo studiarono mai così, né lo insegnarono mai così.

Nei primi anni del XV secolo vi fu, come è noto, un risveglio dell’interesse dei dotti per la civiltà greca, unito a un ripensamento dell’eredità culturale romana; il mondo classico doveva costituire il modello per rinnovate virtù etiche, civili e politiche che rispondessero alle esigenze di una società e di una mentalità nuove. Si decise perciò di andare ad fontes, sottoponendo ad un esame critico assai severo molti prodotti della latinità medioevale, peraltro non tutti disprezzabili; la maggiore mobilità ed intraprendenza degli intellettuali condusse ad una “corsa ai manoscritti”, nella volontà di ripescare quanto del tesoro culturale dell’antichità fosse ancora rinchiuso nei chiostri dei monasteri. Anche l’intensificarsi dei rapporti diplomatici tra le cancellerie occidentali e il malmesso impero bizantino portò ad un afflusso inusitato di uomini e di libri greci da Costantinopoli, così come spinse, dopo secoli, alcuni occidentali ad imparare il greco classico da maestri greci. Il primo umanista a recarsi a Costantinopoli per questo fine fu Guarino da Verona, nel 1403. Guarino fu un grande educatore, insieme a Vittorino da Feltre il massimo della sua epoca; e dalla sua scuola uscirono generazioni di umanisti e di dotti. Egli dedicò tutta la sua lunga vita (morì a 86 anni nel 1460) all’istruzione dei giovani.

Noi abbiamo notizie dettagliate sulle sue metodologie di insegnamento grazie alle sue Lettere, alle testimonianze dei suoi ex allievi e soprattutto grazie al De ordine docendi et studendi scritto da suo figlio Battista nel 1459. Quest’opera è un breve trattato di pedagogia, una “guida agli studi” nella quale si danno consigli e suggerimenti anche pratici per un corso di studi che oggi diciamo appunto “umanistico” ed è il riflesso dell’esempio vivente del padre Guarino e della sua istituzione convittuale di Ferrara.

Naturalmente i ragazzi devono studiare la grammatica (questo vale per ogni metodo di studio di ogni lingua, parlata o meno, di ogni luogo e di ogni tempo); l’insegnante dovrà far fare loro pratica orale, ripetendo continuamente le forme e le frasi per imprimerle nella mente degli alunni; talvolta dovrà usare delle forme volutamente errate, per verificare se gli alunni ne hanno percezione (§7).

La grammatica è distinta in due parti: lo studio e l’apprendimento delle forme linguistiche (quella che per insegnanti e alunni di oggi è appunto la grammatica) e la lettura, lo studio e l’approfondimento concettuale e stilistico dei più grandi autori della classicità (quello che oggi chiamiamo “letteratura” e “classico”). Ora, mentre nella pratica attuale accade di frequente che un buon 70% dell’intero corso di studi nel Liceo classico sia fagocitato dalla grammatica in senso stretto, per gli umanisti la conoscenza delle regole grammaticali era il mezzo per leggere il prima possibile il più ampio numero e spettro di testi antichi. Naturalmente essi sapevano bene – e Battista Guarino e suo padre fra i primi – come non tutti gli autori antichi fossero di facile accesso, e sapevano bene come fosse opportuno e necessario un severo approfondimento delle strutture linguistiche, della sintassi, del lessico, dello stile di ogni singolo autore. Ma questo andava fatto man mano che i ragazzi andavano acquisendo una familiarità sempre maggiore con i testi in lingua latina e greca. Dunque, regole sì, ma lo stretto indispensabile per potersi “tuffare”, coraggiosamente ma non temerariamente, nella lettura dei testi degli autori antichi. Guarino usava due compendi; quello per il latino (Regulae) era stato da lui compilato da analoghe opere precedenti, e semplificato, mondato da astrusità ed adattato alla pratica “snella” del suo insegnamento; per il greco egli utilizzava la sua traduzione – compendiata, naturalmente! – degli Erotemata del maestro greco Manuele Crisolora.

In pratica due brevi ed agili manualetti di facile consultazione in caso di dubbi. Molto di più faceva la pratica linguistica, in latino come in greco, sia scritta che orale: la sola pratica scritta non consente di acquisire la giusta prontezza e fluidità, mentre la sola pratica orale non permette sempre di rendersi conto dei fenomeni grammaticali nella loro complessità. E il modo migliore per far pratica di una lingua, orale e scritta, è naturalmente sforzarsi di parlarla continuativamente (§9). La stessa finalità ce l’avevano i cosiddetti certamina, cioè le gare tra alunni: prove estemporanee di composizione orale o scritta su cui il resto della classe doveva votare; il migliore veniva premiato, chi non vinceva aveva uno stimolo per migliorarsi, e tutti insieme imparavano molte cose. Era oltretutto un’ulteriore occasione per ripetere le regole grammaticali, applicandole e correggendole. Questo valeva anche per prosodia e metrica: occorreva abituare l’orecchio alla quantità delle vocali, e lo si poteva fare in modo piacevole e fruttuoso declamando e cantando insieme i versi, ad esempio, di Virgilio (§15). E naturalmente era sottolineata l’importanza della conoscenza e dello studio della lingua greca, per una comprensione piena e profonda della lingua e cultura latina.

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Emanuele Crisolora

Gli alunni di Guarino nel volgere di un anno riuscivano ad acquisire tanta dimestichezza col greco da poter comprendere e tradurre “all’impronta” ampi brani di libri che venivano loro sottoposti per la prima volta (§18). Come ci riuscivano? Esercitandosi a scrivere in greco, così da apprendere in modo duraturo le forme grammaticali con le loro flessioni ed i loro accenti, insieme al lessico (parole, frasi, idioms). Così gli alunni erano in grado ad un certo momento di tradurre dal greco al latino e dal latino in greco: questo tipo di esercizio sviluppava mirabilmente la proprietà di linguaggio e la fluency sia orale sia scritta (§20). A questo punto si poteva accedere alla lettura sistematica degli auctores, cominciando dagli storici e da Virgilio, proseguendo con altri poeti (Stazio, Ovidio, Seneca tragico, Terenzio, Plauto e naturalmente Orazio), senza trascurare le opere “scientifiche” o “tecniche”, di geografia e di astronomia (§§24-26). Va rilevato come gli umanisti stilassero questo “canone” di autori sia per le loro qualità di lingua e di stile sia per il loro valore pedagogico ed etico. La finalità, lo ripetiamo, era quella di formare dei cittadini colti e virtuosi, che potessero rendere ottimi servigi al bene comune: un fine sociale prima ancora che culturale (o tantomeno “erudito”).

Il modello per eccellenza (ma non l’unico) di stile e di “educazione civica” era Cicerone: sulle sue epistole i ragazzi si esercitavano per acquisire uno stile di conversazione agile e brillante, sulle sue orazioni per sviluppare un’elocuzione maestosa e persuasiva per ogni occasione pubblica o privata, sui suoi trattati e dialoghi filosofici per meditare sull’animo umano, ed apprendere quali virtù ricercare e quali vizi combattere (§28).

In ogni loro studio, gli alunni dovevano impegnarsi come se dovessero diventare a loro volta maestri di altri: un argomento non si può dire di conoscerlo bene se non si è in grado di spiegarlo ad altri, come già sosteneva Quintiliano (§29). Le letture dovevano essere accurate, ricche le annotazioni, i riassunti, i confronti testuali “in parallelo”; la stessa attività di lettura doveva compiersi a voce alta, imparando ad “ascoltarsi” (§§29-33). E, naturalmente, lo studio doveva essere ordinato e suddiviso razionalmente: un tot per volta, non eccessivo, anche modico, ma fatto bene, e garantendo la varietà nell’arco della giornata, per evitare rigetto e quello che oggi chiamiamo “crollo dell’attenzione” (§36).

Antonella Lo Castro
Lorenzo Sciajno


Per approfondire l’argomento trattato in questo articolo:

–  Humanist Educational Treatises, edited and translated by Craig W. Kallendorf, Harvard University Press, 2002

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2 thoughts on “A scuola da un Umanista: Guarino da Verona

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