Intervista con un preside: il professor Vincenzo Pappalardo

PappalardoI giorni 22 e 23 dello scorso settembre si è tenuto a Pachino (SR) un corso di formazione per docenti, aperto anche agli studenti, con ospite il prof. Miraglia ed altri docenti dell’Accademia Vivarium Novum.

Abbiamo voluto porre alcune domande al Dirigente Scolastico dell’Istituto Michelangelo Bartolo, prof. Vincenzo Pappalardo, in cui tale evento si è svolto, per capire come è nata l’idea di aprire l’insegnamento delle lingue classiche al metodo induttivo – contestuale, e quali sono i progetti futuri di quella che sembra diventare una vera e propria rivoluzione didattica in Sicilia.

– Qual è stato il suo percorso prima di diventare Dirigente Scolastico dell’Istituto Bartolo di Pachino?

Il mio è un percorso quasi per intero attraversato dagli studi classici. Ho studiato nel liceo del Collegio Capizzi di Bronte, respirando il mito di un’istituzione umanistica di antico prestigio che, nel 1886, veniva indicata dal ministro Ruggero Bonghi al Parlamento Italiano come “forum latinitatis”. Poi ho preso una laurea in Filosofia e per diciassette anni ho insegnato nello stesso Liceo Classico in cui avevo studiato.

– Come ha conosciuto il Metodo Ørberg?

Negli anni di insegnamento al liceo, alcuni colleghi più giovani di lettere classiche avevano introdotto il metodo nel biennio di ginnasio. Vidi ragazzi entusiasti che già dopo qualche mese intrattenevano con scenette teatrali in latino i loro compagni; e non potei fare a meno di ricordare la stanchezza e l’insofferenza che avevano accompagnato i miei studi liceali, vissuti come un tunnel che ingabbiava le mie passioni letterarie e critiche con un inutile purgatorio grammaticale del qual enon riuscivo a capire le finalità. E ripensandoci negli anni successivi, mi è sempre venuta in mente la repulsione di Cartesio per i suoi studi giovanili nei collegi gesuitici e il suo bisogno di resettare tutto per intraprendere finalmente il cammino della conoscenza.

– Perché ha deciso di caldeggiarne l’uso in tutte le prime classi della sua scuola?

Perché, sempre nella scuola in cui insegnavo, vidi la fine triste della sperimentazione del metodo “natura”, boicottato dalle insegnanti più anziane legate al metodo grammaticale tradizionale, e potei così assistere al progressivo isterilimento di quegli stessi alunni che nei primi anni si erano avvicinati con entusiasmo alle lingue classiche e agli studi liceali in generale. Io penso che solo chi come me ha vissuto per più di trent’anni nei licei classici può capire le difficoltà che si celano dietro al vistoso calo di iscrizioni che nell’ultimo decennio colpisce questa gloriosa istituzione, che, non dimentichiamo, nel nostro Paese incarna davvero la cifra fondamentale dell’identità storica e culturale del popolo: la verità è che grammatica, filologia e glottologia rendono sterile la cultura classica, distolgono con un cono d’ombra scurissimo l’immenso patrimonio di “humanitas” che anima, con una forza che in nessun caso come in questo merita di essere detta universale, la tragedia greca, la poesia latina, il diritto romano, la filosofia ateniese. Senza dire dell’inconsistenza di quell’argomento che indica il senso del metodo grammaticale nella costituzione di “forme” di ragionamento logico che sarebbero poi applicabili in altri ambiti del sapere. Un argomento inconsistente per due ragioni: innanzitutto perché se davvero fosse utile costruire forme di ragionamento astratto, allora più attuale e utile sarebbe esercitarsi su algoritmi informatici e in generale su temi del pensiero computazionale; in secondo luogo perché la psicologia della conoscenza è concorde nel vedere nel gioco l’ambiente fondamentale di apprendimento dell’essere umano, sia esso bambino che adulto. I complessi algoritmi che stanno dietro le applicazioni informatiche e telefoniche attraggono tanto i nostri ragazzi proprio perché camminano su di un indispensabile terreno ludico; quello che manca negli interminabili pomeriggi passati dietro un vocabolario o ai temi dell’aoristo.

– Quali sono stati gli ostacoli, se ci sono stati, che ha incontrato cercando di proporre questo metodo?

Se devo dire la verità, nella scuola di Pachino, non molti. L’ambiente ha accettato con positività la proposta e gli stessi insegnanti, cui tocca la fatica più consistente di aggiornare il metodo di insegnamento, si sono alla fine fatti trascinare dalla scommessa. È il pregio di lavorare in un liceo classico giovane, che non sente il peso della tradizione; e che anzi capisce che non può affrontare la concorrenza degli altri licei classici del comprensorio sudorientale della Sicilia,  ricchi di storia e tradizione,  se non con un’offerta diversa e innovativa.

– Crede che la scuola, i licei in particolare, debbano cambiare in altri aspetti oltre a quelli relativi al metodo di insegnamento delle lingue classiche?

Io penso che i licei denuncino ormai un impianto obsoleto. Non so, col decadimento della classe politica italiana, se essi formino ancora quella che una volta si chiamava la classe dirigente; certamente essi continuano a formare quelli che possiamo chiamare gli intellettuali. Perciò trovo paradossale che istituzioni che formano aspiranti studenti di giurisprudenza non contemplino un’ora di diritto; tanto più paradossale in un liceo classico che così dimentica il vero capolavoro della cultura romana, che fu il diritto. Alla stessa maniera trovo insostenibile l’assenza nei licei di insegnamenti di economia, con il risultato paradossale di formare presunti intellettuali che però sono incapaci di decodificare il linguaggio essenziale del dibattito politico e sociale contemporaneo.

Il liceo classico poi, secondo me, deve rifuggire il rischio di chiudersi in una dimensione essenzialmente letteraria (questo può essere il limite di un liceo classico “Orbergiano”), valorizzando gli aspetti molteplici della humanitas classica, che è apertura all’arte, alla scienza della natura, all’esplorazione del micro e macrocosmo. Un mondo più ricco persino di quello che anima la letteratura e la filosofia classica.

– Cosa ne pensa della proposta, avanzata da più parti, di rendere sempre più opzionale l’insegnamento delle lingue classiche?

Come ho detto sopra, non è immaginabile una cultura occidentale priva del nocciolo essenziale della sua civiltà, e degli strumenti linguistici che consentono di avvicinarne non tanto i testi quanto l’anima e la sensibilità che dà loro vita. Tanto meno questo è pensabile in Italia. La questione vera è che occorre superare la sconsiderata diversione che ha fatto dello studio della lingua un fine, non un mezzo che apre le porte di quel mondo che ha dato vita alla nostra civiltà.

– Si ha l’impressione che oggi l’insegnamento delle lingue classiche in Italia venga trascinato come un retaggio del passato. Lei come giudica complessivamente l’insegnamento del latino e del greco nel nostro Paese e quale futuro prevede per il loro insegnamento in Italia?

Così com’è ci troviamo di fronte al rischio serio di celebrare i funerali di un inutile orpello del passato. Un funerale che non possiamo permetterci. Freud diceva che non si diventa adulti se non si uccide il padre; qui è diverso. In Italia sopprimere la cultura classica significa sopprimere la radice che ancora oggi è la linfa più vitale della nostra debole identità di popolo, col rischio di disperderci nella liquidità del mondo contemporaneo senza neppure la forza che altri popoli hanno acquisito dalle vicende della loro storia moderna.

– Lei, in maniera molto forte, si è fatto portavoce, in qualità di Dirigente Scolastico, della necessità di un radicale cambiamento. Ha ricevuto, in questo, sostegno da colleghi che dirigono altri istituti? 

Io non credo di essere stato protagonista di vicende così importanti. Ho solo portato un po’ della mia esperienza pregressa di docente in un liceo classico nel nuovo lavoro di preside di un liceo classico (è un tema sensibile, le nuove norme sulla dirigenza rendono indifferente l’esperienza pregressa di docenza del preside, in una riduzione burocratica del ruolo che fa discutibilmente venir meno la ricchezza di esperienza didattica di cui ciascun uomo di scuola è portatore). Ho pensato all’adozione del metodo nella mia scuola come ad una innovazione che desse identità al giovane liceo di Pachino, spingendo l’entusiasmo dei ragazzi e il successo dell’indirizzo. Per questo non ho pensato a coinvolgere altri colleghi dirigenti; poi mi sono accorto che il passaparola, e quello straordinario strumento di comunicazione che sono i social, avevano diffuso le informazioni sulle nostre attività, e ho visto al corso del professor Miraglia colleghi docenti provenienti da realtà diverse e lontane della Sicilia. Un successo che ho accolto con stupore e naturalmente con soddisfazione.

– Crede che sia possibile creare una rete siciliana di Istituti pronti a formare una nuova classe docente, sensibilizzandola nei confronti del Metodo Ørberg?

A questo punto credo che sia un passo indispensabile. Proprio in un frangente che vede pericolosamente pencolare il destino della formazione classica in Italia, la necessità di spingere le innovazioni che potrebbero rivitalizzare l’indirizzo di studi e la stessa sopravvivenza della cultura classica nel nostro Paese chiede a gran voce alle scuole di stringere le forze e di unire i cammini. Il mondo dei docenti è stanco e umiliato da tante dissennate politiche sulla scuola e i suoi operatori ma è anche zeppo di intelligenze che sono pronte ad accendersi, quando vedono aprirsi strade che portano lontano. Io credo che se c’è bisogno di segnare una via che possa accogliere il cammino delle tante scuole e dei tanti docenti pieni di buona volontà, il mio istituto sia pronto a dare una mano.

– Grazie mille per il suo tempo e per le sue risposte.

Grazie a voi.


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