Mantinea: il latino come veicolo tra gli uomini di cultura

mantinea_-_i_-_mmxvPer cura e sotto l’egida dell’Accademia Vivarium novum, dell’Istituto italiano per gli studi filosofici e del Pontificium Institutum altioris Latinitatis, è uscito, sullo scorcio dell’anno appena passato, il primo numero della rivista semestrale Mantinea.

Mantinea, ovvero la “nuova vate” (μάντις νέα), ripropone l’uso della lingua latina nella comunità internazionale degli uomini di cultura: un uso frutto di consuetudine secolare e ininterrotta fino alle soglie della contemporaneità, che ha dato voce ai più illustri esponenti di tutte le discipline umanistiche e scientifiche, superando barriere geografiche e cronologiche. La lingua latina, “morta” in quanto non soggiacente alla trasformazione subìta dalle lingue d’uso quotidiano, ha permesso per secoli la comunicazione delle idee e delle acquisizioni culturali di là dal tempo e dallo spazio, componendo in una superiore unità uomini diversi per nazione, epoche, costumi, religione. Come eccellente vettore della cultura, la lingua latina, morendo, è dunque divenuta immortale.

Questa rivista testimonia che una parte nobile degli uomini di cultura in tutte le nazioni non intende affatto rinunziare alle lingue della cultura umanistica, bensì coopererà attivamente per difenderle e promuoverle con contributi sempre più validi e significativi.

La rivista presenta nella sua struttura una suddivisione in varie rubriche: Litterae, Rerum historia, Philosophia, Ars docendi, Civilia iura, Linguae, Naturalis historia, Formae et figurae, Librorum existimationes. In ciascuna di esse indiscussi maestri della cultura europea e mondiale ed esperti di singole discipline propongono contenuti originali. Vi è poi la sezione Levia gravia, in cui sono ospitati contributi diretti alla rivitalizzazione dell’uso della lingua latina per trattare argomenti d’interesse più generale, attraverso i generi dialogico, epistolare, narrativo, satirico.

Prestigiosissime le firme dei redattori dei contributi (symbolae) che arricchiscono il volume: basti citare il grande latinista M. Von Albrecht, i filosofi E. Morin e R. Bodei, lo storico S. Settis.
È possibile richiedere Mantinea e sottoscrivere un abbonamento cliccando su questo link.

Noi però vogliamo soffermarci sugli articoli che (a nostro modesto giudizio) appaiono più direttamente collegati al tema cardine del nostro blog: l’individuazione e la promozione di nuove strategie per l’insegnamento delle lingue classiche.

IL CONTRIBUTO DI FIÉVET SULLA DIDATTICA DELLE LINGUE CLASSICHE

Di notevole interesse ci è parso il contributo di C. Fiévet, Quemadmodum usus sermonis Latini in schola viam ad legendum planiorem breuioremque aperire possit (pp. 305-327). In esso l’autore ha esposto i risultati della sua pluriennale esperienza di ricerca didattica e di pratica d’insegnamento del latino nella scuola e all’università. Innanzitutto egli rileva come tale ricerca sia stata motivata dalla constatazione del fallimento delle strategie didattiche ‘tradizionali’, cioè del metodo ‘analitico-grammaticale’. Proprio negli stessi anni in cui è si sviluppato un fertile percorso di ricerca per l’insegnamento e l’apprendimento delle lingue moderne, si è riscontrato uno sterile atteggiamento reazionario diffuso tra i docenti di lingue classiche, assai poco propensi (e per nulla interessati) all’approfondimento di strategie innovative. Eppure appariva, ed appare, sempre più evidente il senso di ‘straniamento’ degli studenti di fronte a qualsivoglia testo, per quanto breve, in lingua latina: esso viene visto ormai – per opinione comune – come un inestricabile rompicapo. Come stupirsi allora che dal suo studio non se ne ricavi alcun piacere? Anzi il latino viene a odio, una volta realizzato quanto misero sia il frutto concreto di lunghi anni di faticoso ed ingratissimo impegno. La conclusione è che la lingua latina risulta essere una sorta di monstrum, diversa da tutte le altre, impossibile a leggersi e ancor più a parlarsi. Conclusione condivisa non solo dagli allievi pigri, ma anche dai più attenti e zelanti. Il problema dunque non è risolvibile con un semplicistico atto d’accusa nei confronti del vituperato ‘alunno d’oggi’ rispetto ai gloriosi (?) tempi che furono. La colpa non è del latino ma di come lo si insegna e studia.

Nessuno può dire di aver acquisito la conoscenza di nessuna lingua se non è in grado di usarla. Perché per il latino dovrebbe essere diverso? Anche per le finalità didattiche vi è un equivoco di fondo. Non vale a nulla affermare (e cercare di inculcare nella testa degli alunni) il vieto leitmotiv dello studio del latino come ‘palestra mentale’, come se il latino per qualche sua intrinseca virtù alchemica sia il mezzo migliore per allenare la mente. Nessuno – né gli alunni né noi – attribuirebbe tanta validità ad un qualsiasi esercizio svolto solo per il fine di… svolgere un esercizio! Né vale l’altro argomento della viciniorità del latino alle moderne lingue romanze come il francese (per Fiévet) e l’italiano (per noi). Ci sono stati, ci sono e ci saranno eccellenti scrittori e oratori in francese e in italiano che non hanno mai studiato una parola di latino. Per carità, si tratta di argomenti in sé non falsi, ma che non possono racchiudere in sé tutte le ragioni per le quali il latino è necessario. Una volta per tutte va ribadito che vale la pena studiare e conoscere la lingua latina per leggere tutto quanto in latino è stato scritto, e che non può essere apprezzato se non assai parzialmente mediante le traduzioni.

IL METODO AUDIO-ORALE

Fiévet quindi afferma che per affrontare questo spinoso problema occorre partire da un assunto di per sé chiaro a tutti: rispetto ai mediocri (e men che mediocri) risultati del tradizionale metodo di insegnamento del latino, nessuno potrà negare il fatto che un’assai maggiore efficacia presentino le metodologie per l’apprendimento delle lingue vive. Fiévet riporta a questo punto la personale esperienza di insegnamento del latino attraverso il metodo che egli ha ribattezzato ‘audio-orale’. Gli erano state affidate due classi di diverso livello: c’erano studenti al quarto o quinto anno di latino, ed altri che non ne avevano mai studiato prima. Egli scelse di applicare questo metodo con i ‘novellini’, mentre con gli alunni più avanti nel curriculum di studi continuava ad impiegare la didattica tradizionale. Accadde che – dopo appena pochi mesi – i ‘novellini’ nelle esercitazioni vennero a conseguire risultati decisamente migliori dei ‘veterani’, sicché docenti e discenti di comune accordo optarono per una classe ‘mista’, dove anche allievi che avevano già studiato latino in precedenza preferirono ricominciare la preparazione fin dai primi elementi secondo questo nuovo metodo, perché si rendevano conto che in tal modo riuscivano a conseguire una conoscenza ben più solida della lingua.

Fiévet sottolinea come questo metodo egli lo abbia attinto dalla ricerca linguistica sulle lingue classiche sviluppatasi nel corso del XX secolo in area anglosassone, ad opera di W.H.D. Rouse e dei suoi allievi, e dai loro continuatori nel Regno Unito e negli Stati Uniti d’America. Il loro merito principale è stato quello di demolire il predominio del ‘metodo analitico’, riaffermando chiaramente che le lingue latina e greca vanno trattate appunto come lingue e come lingue vanno insegnate.

Ora, il metodo ‘analitico’ si mostra in palese contraddizione con l’uso e la pratica linguistica. Infatti ogni frase d’autore viene minutissimamente ‘dissezionata’, fino a frammentarne senza rimedio il senso e la pregnanza espressiva (oltre che informativa). Appare chiaro che ogni espressione verbale non risulta veicolata dalla mera somma delle sue componenti grammaticali, ma è la loro connessione a far sprigionare un surplus di informazione e di emozione che raggiunge la mente del ricevente (l’ascoltatore o il lettore). Ebbene, un metodo che si proponga la comprensione e l’assimilazione di una lingua attraverso l’analisi minuziosa dei singoli componenti di ogni singolo enunciato non può far sì che gli studenti, mentre leggano, contemporaneamente capiscano quel che stanno leggendo!

L’INEFFICACIA DELLA TRADUZIONE AI FINI DELL’ACQUISIZIONE LINGUISTICA

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André Martinet

Anche per quanto riguarda l’esercizio della traduzione, su cui si fonda tutta la didattica tradizionale delle lingue classiche, va osservato che esso di fatto distoglie gli allievi dalla lingua che devono imparare per far consumare la maggior parte del loro tempo di studio e delle loro risorse mentali nel tentativo di risolvere le difficoltà della lingua di arrivo. Peraltro si tratta di un esercizio di elevata difficoltà, ed è alquanto assurdo che vi si obblighino ragazzi che hanno appena intrapreso lo studio del latino, la cui conoscenza è in partenza pressoché nulla, mentre quella della lingua di arrivo, la propria lingua materna, spesso negli adolescenti risulta ancora incerta e superficiale. Secondo i linguisti (Fiévet cita il grande André Martinet) possono tradursi da una lingua all’altra blocchi di enunciati e quasi mai singole parole. Dunque gli studenti non potranno mai far progressi nella traduzione se prima non si saranno abituati a capire in latino quello che è stato pensato e scritto in latino. Viceversa, essi tenteranno di tradurre un qualsivoglia brano non dopo averlo capito ma perché possano così sperare di capirlo: e sappiamo quali monstra generi una traduzione annaspante in cerca di un qualsiasi senso… La traduzione è certamente un nobile esercizio: ma presuppone una competenza già sufficientemente matura sia in lingua di partenza che in lingua di arrivo. Essa è dunque da riservarsi piuttosto agli allievi già avanzati nello studio delle lingue classiche, in quanto è rivolta al perfezionamento del lessico e dello stile. Del resto, ribadisce Fiévet, il danno più grave per gli alunni deriva dal fatto che, mentre essi si sforzano di acquisire nozioni attraverso la traduzione, viene loro impedita la facoltà di concentrarsi sulle modalità con cui il latino si struttura: il continuo riferimento alla lingua di arrivo paralizza l’acquisizione delle strutture proprie della lingua che si vorrebbe apprendere. Ne deriva che il metodo traduttivo non agevola l’acquisizione delle regole grammaticali, bensì lo rallenta! Fiévet conclude lapidariamente che i metodi tradizionali sono da rigettare, perché “remano contro corrente”, e non portano né a poter leggere agevolmente i testi né a poter conoscere efficacemente la grammatica.

Per sviluppare le abilità di lettura consapevole, Fiévet raccomanda l’acquisizione ragionata e contestualizzata di un lessico di base, che gli alunni dovranno formarsi con la pratica linguistica senza ricorrere all’ausilio di qualsivoglia lessico, perlomeno nei primi anni di studio, né a vuote liste di vocaboli da mandare a memoria avulse da contesto e associate fra loro solo per affinità grammaticale: le parole saranno assimilate attraverso la conversazione in lingua. Per quanto concerne la grammatica, si sa bene come regole fondamentali di qualsiasi lingua vengano apprese inconsapevolmente dai parlanti, spesso senza che essi ne sappiano fornire spiegazioni ragionate. La “grammatica interiore” di cui parlano i linguisti anglosassoni è appunto la ‘riconfigurazione’ che la nostra mente fa di tutti i nostri esperimenti linguistici nel corso del tempo, talvolta fallimentari, talvolta coronati da successo, fino a farli sedimentare in sé e consolidarli come norme e strutture ‘approvate’ e fruibili. Tale grammatica non si fonda su singole parole, ma su frasi intere e complete. Dunque, chi voglia realmente leggere testi latini non deve tanto focalizzare la propria attenzione su ogni singolo elemento, quanto avvezzarsi a cogliere il significato complessivo dell’intero enunciato.

Quali esercizi proporre allora? Per cominciare, niente litanie di declinazioni o coniugazioni. Quel che conta è che gli studenti sappiano riconoscere immediatamente le forme nominali e verbali nel discorso vivo, orale e scritto, e siano in grado di rielaborarle correttamente. La morfologia va appresa insieme alla sintassi e ad essa riportata. L’ordine di studio tradizionale, che antepone artificialmente lo studio della morfologia a quello della sintassi, secondo il grande linguista L. Tesnière, ha fatto sì che le lingue antiche siano diventate lingue morte. Le tabelle morfologiche sono certamente utili: ma non per conoscere le forme a priori, quanto piuttosto per ordinare le forme che si sono apprese attraverso la pratica linguistica viva. Gli esercizi adeguati per un uso vivo della lingua sono invece molteplici: si possono fare domande di comprensione di un testo letto o semplicemente ascoltato; si può chiedere agli alunni di completare delle frasi o di aggiungere le corrette terminazioni di singole parole; di mutare strutture sintattiche date in altre equivalenti; insomma, tutte quelle tipologie già ben note agli insegnanti di lingue moderne.

Fiévet ritiene che il metodo migliore per acquisire rapidamente ed efficacemente un cospicuo bagaglio lessicale e una buona familiarità con la sintassi sia quello ‘audio-orale’. Gli alunni cercano di seguire il filo del discorso dell’insegnante, e così facendo si abituano a cogliere il senso complessivo delle intere frasi. Le parole che ritornano più frequentemente nel discorso vivo si imprimono più profondamente nella mente. Un buon esercizio è per Fiévet la praelectio, praticata già dai docenti di lingue classiche nel XVII e XVIII secolo. Appena gli alunni sono giunti a un livello che permette loro di comprendere il significato generale di un testo di media lunghezza, l’insegnante lo spiega e lo parafrasa utilizzando il lessico e le forme morfo-sintattiche già note; poi gradualmente ci si accosta a testi originali ma semplici (come i Vangeli o qualche autore medievale); infine si presentano agli alunni i testi degli autori classici, anch’essi graduati per difficoltà. L’insegnante legge le singole frasi, le spiega con perifrasi e uso di espressioni sinonimiche, talvolta trasforma le strutture sintattiche più complesse in altre di maggior evidenza: ma solo affinché il senso sia reso più chiaro e perspicuo, e affinché gli alunni possano cogliere appieno le sfumature di stile e di significato ricercate e ottenute dall’autore antico. Ma come verificare che essi abbiano pienamente e profondamente compreso? Ad esempio si possono porre domande di comprensione del testo alle quali rispondere in latino oralmente o per iscritto, per far sì che ovunque nel testo trattato si annidi qualche ‘spina’ grammaticale gli alunni possano dimostrare di averne acquisito piena consapevolezza dandone un resoconto meditato. Oppure si può richiedere loro una parafrasi o un riassunto in latino, mantenendo gli stessi vocaboli e le stesse locuzioni del testo di partenza o impiegando sinonimi e forme analoghe.

Del resto non sfugge a Fiévet che le difficoltà della prosa classica, e ancor più dei testi poetici, non possono essere superate soltanto con la fluency che si acquisisce mediante l’uso attivo della lingua. Questo garantisce un ricco bagaglio di lessico e una immediatezza di comprensione orale, due cose tutt’altro che trascurabili; ma certamente sussisterà sempre un hiatus tra il sermo cotidianus, per quanto urbanus, che possiamo imparare con la pratica attiva, e le opere degli autori antichi elaborate con sopraffina eloquenza. A tale scopo Fiévet sottolinea la fondamentale importanza della competenza sintattica, da acquisire attraverso la riflessione sulla struttura della lingua. Non esiste, certo, lingua senza riflessione linguistica, cioè lingua senza grammatica. Così come non può esistere una grammatica avulsa dalla lingua. Per Fiévet i manuali di grammatica comunemente in uso non sono realmente funzionali all’apprendimento del latino. Infatti essi sono pensati come sussidio per l’attività di traduzione più che come strumenti per chiarire le leggi della morfologia e della sintassi del latino dal loro interno, cioè secondo la struttura interna del latino stesso. Cosicché, ad esempio, ogniqualvolta gli alunni si imbattono nella congiunzione cum, subito tentano, una dopo l’altra, tutte le quasi innumerevoli opzioni di resa di cum in francese, e questo prima che si siano dati la briga di comprendere la frase nel suo complesso! Come se i concetti espressi in latino non possano essere recepiti se non ripresentati in veste francese (o italiana, o di qualunque altra lingua di arrivo). Queste modalità di insegnamento sono piuttosto un serio ostacolo ad una corretta e piena comprensione della sintassi latina: infatti, mentre gli allievi si rifugiano in un falso latino (come da un benevolo intercessore), corrono il pericolo di non poter mai e poi mai comprendere il latino vero. In ogni lingua ogni elemento ha il suo posto e bisogna recepire e descrivere le sue strutture per quelle che sono e non per quelle che vorremmo che fossero. Dunque occorre un rinnovamento anche nella descrizione delle nozioni grammaticali, alla quale vanno naturalmente associate congruenti forme di esercitazione.

Lorenzo Sciajno
Liceo Classico “G. La Farina” – Messina


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Bibliografia
C. Fiévet, Manuel de latin audio-oral, 3 voll., 1999
(http://dep-lettres.univ-pau.fr/live/Manuel_latin_audio-oral_Fievet)


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