Cari Classicisti… questa è l’acqua!

fc,220x200,white«Ci sono questi due giovani pesci che nuotano, e incontrano un pesce più vecchio che nuota in senso contrario, il quale fa loro un cenno, dicendo: “Salve ragazzi, com’è l’acqua?”.
I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’ e alla fine uno di loro guarda l’altro e fa: “Ma che diavolo è l’acqua?”»

Con questa storiella David Foster Wallace iniziò il discorso di fine anno per il conferimento delle lauree agli studenti del Kenyon College  nel 2005. Il senso complessivo di quel discorso, tenuto davanti ad una platea di giovani dottori in discipline umanistiche, era che spesso le realtà più ovvie sono anche le più difficili da vedere e capire.

Foster Wallace puntava il dito contro la configurazione di base, secondo la quale l’individuo ha la tendenza a pensare il mondo in maniera egoistica, esclusivamente secondo schemi che lo riguardano da vicino, senza mettersi mai nei panni degli altri evitando così di mettersi in discussione, bloccato, come un credente dogmatico, da una

«certezza cieca, una mentalità chiusa che equivale a un imprigionamento così totale che il prigioniero non si accorge nemmeno di essere rinchiuso»

quando invece, continua Foster Wallace,

«una larga percentuale di cose sulle quali tendo a essere automaticamente certo risulta essere totalmente sbagliata e deludente.»

Sono usciti da poco i dati relativi alle iscrizioni al Liceo Classico per l’anno 2016/17 e, come era prevedibile, i numeri confermano il trend comunque negativo degli ultimi anni con un +0,1%, che non permette però di far parlare di vera e propria ripresa.

Spesso però la classe docente non si sente parte in causa nella disaffezione imperante verso gli studi classici. Solitamente viene additato come principale responsabile il Governo (di turno, sia ben chiaro) o la politica in generale, o i ragazzi e le loro famiglie, la società in generale o la mentalità dominante.
Non voglio negare che tali aspetti abbiano un peso nella questione, ma mai, o quasi mai, è presa in considerazione la possibilità che gli insegnanti siano parte in causa in questo disastro. L’altro è sempre additato: la scuola, il Governo, la società. La maggior parte dei docenti si sente illuminata e illuminante, tutti i docenti si sentono incompresi, non rispettati: abbiamo la verità in mano e nessuno ci dà retta.
Come è che noi, che siamo i diretti responsabili dell’insegnamento di queste materie, non sentiamo nessuna responsabilità in quello che sta succedendo? Davvero non siamo, non voglio dire responsabili, ma corresponsabili in questa situazione?
Molti di noi hanno assistito al progressivo calo delle iscrizioni praticamente senza battere ciglio, senza, cioè, mettere in atto nessuna mossa  concreta che modificasse nella sostanza quello che stava accadendo.

Credo che il nodo dei nostri problemi stia tutto in questa amara riflessione di Forster Wallace:

«Probabilmente la più pericolosa conseguenza di un’educazione accademica, almeno nel mio caso, è che ha permesso di svilupparmi verso della roba super-intellettualizzata, di perdermi in argomenti astratti dentro la mia testa e, invece di fare semplicemente attenzione a ciò che mi capita sotto al naso, fare solo attenzione a ciò che capita dentro di me.»

CHI HA SPOSTATO IL MIO FORMAGGIO?

Questo è appunto il nodo, che mai sarà pienamente ammesso dai diretti interessati: il totale scollamento dei classicisti dalla realtà, tutti presi da una “roba super-intellettualizzata”, “persi in argomenti astratti” anziché attenti “a ciò che capita sotto il loro naso”. Percepito il cambiamento in atto, questo è stato sottovalutato, pensando che la situazione, così come si era formata da sé (errore), si sarebbe risolta da sé (errore). Ma nessuna situazione si crea da sola, ed in questo io credo che la maggior parte dei docenti di lettere classiche abbia sbagliato. Quando poi la bolla è scoppiata, è iniziato il valzer delle responsabilità, che ovviamente sono sempre esterne e mai interne: noi non siamo responsabili, al contrario siamo vittime.
8mgjwLa realtà è che davanti ai segnali del cambiamento siamo stati fermi, perché gridare ai quattro venti che tutti ce l’hanno con noi e ripetere il mantra dell’importanza dello studio delle lingue classiche non equivale a tentare di risolvere il problema: questo ci rende soltanto simili a quei santoni fermi ai crocicchi delle vie che sbracciandosi urlano ai passanti che l’Apocalisse è vicina.

Nella favola “Chi ha spostato il mio formaggio?”, Spencer Johnson presenta due coppie, una di gnomi ed una di topi, che perlustrano un labirinto alla ricerca di depositi di formaggio. Ogni giorno, seppure senza risultati, tornano alla loro casa e si riposano, stanchi ma consapevoli che presto la loro ricerca porterà risultati. Quando un giorno entrambe le coppie trovano ciascuna il proprio deposito di formaggio, si godono il meritato traguardo gustando a più non posso il tesoro appena scoperto. Ovviamente il formaggio di ciascun deposito diminuisce, ma gli gnomi rimangono fermi, senza prestare attenzione al cambiamento in atto, mentre i topolini, che hanno appeso le scarpe al collo pronti a calzarle di nuovo se necessario, intuiscono il cambiamento, ed iniziano a perlustrare di nuovo il labirinto, alla ricerca di un nuovo deposito, che possa garantire la sopravvivenza quando le scorte saranno terminate. Gli gnomi, col tempo, dimenticano addirittura la fatica che ha preceduto la scoperta del deposito, che è stato una conquista, e cominciano a vederlo come un diritto acquisito: il formaggio diventa il “loro” formaggio, che spetta loro di diritto e che comunque vada ci sarà sempre: non si accorgono che intorno a loro il formaggio si sta esaurendo. I topi scoprono nel frattempo un nuovo deposito di formaggio, ben più ricco del precedente, in una zona sconosciuta ed inesplorata del labirinto e, ormai da molto alla ricerca di altri depositi, lasciano senza problemi il vecchio e si spostano nel nuovo.

71il0yFMDSLGli gnomi si svegliano invece una mattina e scoprono che il formaggio è finito. Uno dei due impreca: “Chi ha spostato il mio formaggio?”. Nessuno ha spostato il formaggio a nessuno, è terminato da solo, ma i due gnomi, troppo presi da sé stessi e dall’agio in cui si trovavano, non hanno osservato i segnali (cioè – come lo chiamerebbe Foster Wallace – quello che passava sotto il loro naso).  Hanno mangiato tutto il formaggio, ma adesso incolpano qualcun altro che glielo avrebbe sottratto. Dei due gnomi, uno deciderà di riprendere la ricerca – egli, seppure con grave ritardo e appesantito dalla mancanza di abitudine al moto, troverà un nuovo deposito -, mentre l’altro continuerà a lamentarsi nel vecchio deposito ormai vuoto, continuando a cercare in quel deposito formaggio che in realtà non c’è.

Credo che questa novella dica molto del modo di porsi davanti agli eventi che cambiano, c’è chi sente il cambiamento e ad esso si adatta (che non significa snaturarsi, ma sopravvivere all’interno di un nuovo contesto) e chi si adagia, pensando che la situazione come è non cambierà mai, o che il cambiamento non lo toccherà, per quella sorta di visione egoistica di sé di cui parla Forster Wallace e che porta, tendenzialmente, all’auto-distruzione.

QUESTA È ACQUA!water

Una delle frasi più comuni che si sentono dire riguardo ai benefici del Liceo Classico è che “insegnerebbe a pensare”. È così ripetuta che è stata svuotata di significato, al punto che, se si chiedesse davvero di spiegarla, dopo un balbettìo causato dalla sorpresa della domanda, la risposta sarebbe un ben più energico “…ma come fai a non capire?! Insegna a pensare!” per poi cadere nell’altrettanta trita e ritrita aumentata capacità logica tramite l’analisi delle frasi, etc…
Ma cosa significhi davvero “insegnare a pensare” lo dice proprio Foster Wallace:

«Vent’anni dopo essermi laureato, sono riuscito lentamente a capire che lo stereotipo dell’educazione umanistica che vi “insegna a pensare” è in realtà solo un modo sintetico per esprimere un’idea molto più significativa e profonda: “imparare a pensare” vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto.»

E poi continua, sempre rivolto agli studenti:

«E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli.»

Evitare di essere unicamente, completamente, imperiosamente soli.
Non: grammatica storica, le differenze fonetiche intercorse fra indoeuropeo e greco oppure la caduta dei digamma (quella che Foster Wallace definirebbe “roba super-intellettualizzata”) ma essere in grado di vivere all’interno del mondo, adattandosi anche ad esso.
Anziché guardare gli eventi che mutano e adattarsi ad essi, ponendoci nuove sfide, continuiamo a ripetere che la modernità è lontana da noi e non ci capisce, guardiamo il formaggio che svanisce (anche per causa nostra) e diciamo che ce lo stanno togliendo, quando siamo noi che ci siamo auto-esiliati dal mondo in cui viviamo.
Immersi in questa società, l’abbiamo denigrata ritenendoci mediamente superiori ad essa fino al punto da venirne ostracizzati insieme ai nostri studi. È molto comodo dare la colpa ad un’altra entità, specie se è fumosa, come la società.
Chi è il responsabile? A chi è stato demandato il compito di far innamorare gli altri di questi studi? Al governo, ai giornali, alle famiglie, ai ragazzi, oppure a noi docenti? La risposta mi pare ovvia. E di chi dovrebbe essere per lo più la responsabilità quando gli studenti dimostrano non amore, ma addirittura astio nei confronti di questi studi, se non di coloro che  dovevano farli innamorare? C’è chi scatterà sulla sedia, dicendo:  “ecco, sì, diamo sempre la colpa ai docenti”. Non è sempre colpa dei docenti, ma non è vero nemmeno il contrario, cioè che non lo sia mai. I docenti hanno la loro dose di responsabilità in questa situazione, dovrebbe essere ovvio, ma spesso le cose più ovvie sono anche le più difficili da capire, proprio come l’acqua per i pesciE comprendere l’ovvio per noi si sta trasformando in una questione di sopravvivenza dei nostri studi.

 

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David Foster Wallace

Abbiamo mai preso in considerazione che forse il modo in cui stavamo facendo quello che stavamo facendo era sbagliato, e ci avrebbe portato ad essere unicamente, completamente, imperiosamente soli, così come a tutti gli effetti siamo? Davanti a montagne di insufficienze, siamo stati abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza? I dati delle iscrizioni e dei risultati dei nostri studenti dicono di no, da cui si dovrebbe evincere, lo dico en passant, che forse tutti gli anni di studio di latino e greco non ci hanno davvero insegnato a pensare, se prendiamo per valida l’opinione dello scrittore americano.

Ed è proprio con queste parole che chiosa Foster Wallace:

«La Verità con la V maiuscola è sul valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci più e più volte: “Questa è acqua, questa è acqua.”
È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento.»

Bisogna forse imparare ad essere appunto maggiormente consapevoli del mondo in cui viviamo, proprio come dovrebbe convenire agli adulti, poiché siamo noi, con i nostri comportamenti magari all’apparenza insignificanti, a poter dare una nuova insperata vitalità alla tradizione degli studi umanistici.

Giampiero Marchi
Centro di Studi Classici “GrecoLatinoVivo”
Firenze


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