Il latino lo si può parlare bene

Pubblichiamo l’intervista rilasciata qualche giorno dal Prof. Luigi Miraglia ad ItaliaOggi, in cui il presidente di Vivarium novum mostra il tragitto fino ad ora fatto, gli sviluppi futuri e le ragioni che lo hanno motivato.



Latino lingua morta? Non ditelo a Luigi Miraglia, napoletano, classe 1965, fine umanista che, per far rivivere la classicità, ha impegnato il patrimonio familiare. Da una ventina d’anni, con l’ Accademia Vivarium novum forma instancabilmente giovani alle lingue e alle lettere antiche, in un collegio in cui si parla latino e greco antico.

IMG_2759Quell’esperimento, apprezzato dagli atenei di tutto il mondo, e, come accade spesso, quasi ignorato in Italia, potrebbe diventare un grande progetto internazionale: l’Accademia sta per trasferirsi nell’ex-sede Invalsi a Villa Falconieri, a Frascati (Rm), sui Colli di Roma, e studia con Tor Vergata l’utilizzo della bellissima Villa Mondragone, per fare un Campus mondiale dell’umanesimo.

Professore, come le è venuto in mente di consacrarsi all’insegnamento di latino e greco?
– Da ragazzo, appassionato di natura e militante Wwf, andavo spesso sull’isola di Vivara, nel Golfo di Napoli, un luogo incontaminato. Questi momenti di vita separata dal mondo, mi facevano vedere le realtà e i mali del mondo da un altro punto di vista.

E che c’entra il latino, mi scusi?
– Aspetti. Su quell’isolotto, c’era un personaggio straordinario, Giorgio Punzo, un professore di Anatomia comparata in pensione, un ornitologo, fondatore della Lega per la protezione degli uccelli (oggi Lipu), un vero naturalista. Un personaggio di vastissima cultura, formatosi dai Gesuiti, il quale mi insegnò a studiare il latino in un modo diverso.

Ossia?
– Ossia ampliando il vocabolario, utilizzando le strutture linguistiche, acquisendo la fraseologia, così come facevano gli antichi, i medievali, i rinascimentali. E non a partire dalla grammatica, come facevo al liceo dove per altro andavo, fino ad allora, piuttosto male.

Che successe?
– Che Punzo mi fece leggere, sì, i Magna itinera di Cesare, il Passero di Lesbia di Catullo, ma mi fece capire che, col latino, si poteva andare alla scoperta dell’ossatura stessa della cultura occidentale. Si poteva studiare la fisica, la medicina, le scienze, la filosofia, l’arte. Da Leibniz a Spinoza fino Pascoli, il latino abbracciava tutto. Altro che lingua morta, una lingua divenuta immortale perché non soggetta alla trasformazione incessante, un favoloso strumento di comunicazione, con cui attraversare lo spazio e il tempo.

In che senso?
– Nel senso che col latino lei comunica, raggiunge, Cicerone, Virgilio, Orazio, Petrarca, Vico.

Migliorò il suo latino?
– Imparai più in pochi mesi a Vivara, che in quattro anni al liceo. E detti una delusione a mio padre.

Perché mai?
– Lui era un primario di tisiologia, s’aspettava per me una carriera scientifica, e io viceversa scelsi lettere classiche, laureandomi e poi facendo un dottorato. E decisi che dovevo lavorare per la classicità. Cominciai a promuovere convegni internazionali, con il sostegno dell’Istituto italiano di studi filosofici di Napoli. Il primo, del 1991, si intitolava «Latino sì ma non così».

Una critica al modo di insegnarlo nei nostri licei?
– Esatto. E arrivarono studiosi da tutto il mondo. Ne seguì un altro a Procida e nella stessa Vivara. Quindi cominciai a trasformare l’Accademia in una scuola internazionale, spostandone la sede nella verde Irpinia nel 1995, dove mi fu offerta una villa rustica in affitto: ci realizzammo 34 stanze per accogliere gli studenti.

Con quali mezzi?
– Cominciai a intaccare le finanze di famiglia. Prima quelle liquide, poi il patrimonio mobiliare.

E andò oltre?
– Non bastavano i soldi. Toccò alla case di villeggiatura: prima quella di montagna, poi quelle al mare. Quindi fu la volta di qualche casa in città.

Il sacro fuoco della classicità, chiedeva il suo prezzo. E i suoi? Nessuno le diceva: «Luigi, sei impazzito»?
– Moltissimi mi davano del pazzo, ma sono sempre stato accompagnato dalle mie sorelle, che mi hanno sempre sostenuto, e da mia madre.

E l’accademia crebbe?
– Crebbe assieme a una battaglia in difesa del liceo.

Siamo nel?
– Siamo nel 1997-98, quando sui licei si stava per abbattere la scellerata riforma che andava sotto il nome di «bozza Maragliano». Praticamente si stava per cancellare greco e latino dall’insegnamento, la distruzione della scuola formativa di una coscienza critica e non solo prestata alle aziende. Protestarono in molti, io lo feci scrivendo l’appendice di un libro di Lucio Russo, Segmenti e bastoncini (Feltrinelli).

Lo ricordo, un saggio che fece discutere.
– Certo, poi seguì un altro grande convegno, sempre a Napoli, col titolo eloquente, Docere, con più di cento atenei da tutto il mondo, sui metodi di insegnamento delle lingue antiche; dimostrammo così che non si potevano cancellare dalla nostra scuola.

E l’accademia cresceva, immagino.
– Siamo arrivati a 60 ragazzi, a convitto, con otto dipendenti. E fra i ragazzi inserimmo anche sette albanesi minorenni…

Albanesi?

– Sì, erano minori non accompagnati, sbarcati sulle nostre coste e giunti fino ad Avellino per guadagnare qualcosa con la raccolta delle castagne. Il Tribunale dei minori ce li affidò tutti e sette.

E voi?
– Noi cominciammo a farli studiare. Nel 2009, Artur, il più anziano, s’è laureato in Lettere classiche e letterature comparate a Napoli e poi si è preso un dottorato in filologia classica a Cassino.

Da ragazzino a rischio che era…
– Da quell’esperienza mi venne in mente di internazionalizzare la nostra scuola. Di nuovo col sostegno dell’Istituto italiano di studi filosofici e del suo direttore, professor Giovanni Pugliese Caratelli e del presidente Gerardo Marotta.

Il patrimonio si assottigliava, temo.

– Sì, in effetti. Per questo fondammo una casa editrice per diffondere i metodi di studio dell’accademia, un’iniziativa di grande successo. Pensi che quest’anno siamo i primi nei cambi di libri di testo, ossia le nuove adozioni, nelle scuole superiori italiane. E nel 2011, abbiamo cominciato anche a fare lezioni per gli esterni che vengono a trascorrere periodi di studio. Ma non facciamo vacanze, intendiamoci.

Per carità…
– Vengono persino dall’Australia, stanno a studiare anche 12 ore al giorno. E dal nulla riescono a passare alla lettura corrente di Cicerone, di Sallustio, della poesia latina. Grazie all’uso di tecniche di glottodidattica, ma anche degli antichi metodi degli umanisti.

Il futuro qual è, professore?
– Il futuro è Villa Falconieri, ex-sede Invalsi, che il demanio ci sta per assegnare grazie all’attenzione del suo direttore, l’ingegner Roberto Reggi.

L’ex sottosegretario all’Istruzione.
– Lui. Poi abbiamo chiesto di diventare collegio di merito al ministero dell’Istruzione.

Come la Normale o gli storici collegi pavesi come il Borromeo.
– Esatto. E poi con la seconda università di Roma, Tor Vergata, ci siamo scambiati lettere di intenti per utilizzare Villa Mondragone, di loro proprietà.

Stupenda villa tuscolana di Monteporzio Catone (Rm).
– Era la villa del Papa. Qui Gregorio XIII promulgò la bolla che cambiò il calendario. E siccome è al centro di un sistema di ville, collegate da un grande parco, inclusa la Falconieri, l’idea sarebbe quella di fare un unico campus dell’Umanesimo.

La politica ci sta?
– Abbiamo avuto visite dei ministri Stefania Giannini e Dario Franceschini, e dell’onorevole Michela Di Biase, che hanno molto apprezzato il progetto.

Cosa potrebbe significare per la cultura italiana?
– Ridare all’Italia una vocazione storica, quella di essere guida dell’Umanesimo. E un apporto di cultura, pensiero, formazione umana.

Professore, quello che c’è non basta?
– Io vedo solo archeologie, ossia la voglia di trasmettere ricordo del passato. Vedo relitti, colonne spezzate, frantumi: non sono vivi, non sono nella realtà quotidiana. C’è solo una concezione museale della classicità. Noi vogliamo ripartire dalla lingua per riportare i giovani all’Umanesimo.

L’umanesimo, viceversa, a che serve?
– C’è la logica della guerra per risolvere le controversie umane, c’è lo schiacciamento vigliacco delle masse inconsapevoli, gli odi che sostituiscono la carità. L’umanesimo può frenare l’esondazione con i suoi argini.

Qualche esempio?
Platone, Seneca, Erasmo, Tommaso Moro: ci possono far prendere consapevolezza dei Locke-232x300nostri tempi. Prenda Erasmo. Lui parlava del conflitto generato: nel De bello Turcis inferendo spiega che la guerra ai Turchi ha ben altri scopi che difendere la cristianità. E parla della conciliazione delle fedi nell’unico dio. E poi c’è Pietro Abelardo, col Dialogo fra un filosofo, un ebreo e un cristiano, e il De pace fidei di Niccolò Cusano. E che dire di Joannes Bodinus, che parla dell’ideale di concordia più che della tolleranza, ossia del trovare le cose che ci uniscono nella comune humanitas o di Locke nella sua Epistola de Tolerantia. E abbiamo qui ragazzi cinesi, coreani che sentono Omero, Virgilio, Erasmo come vicini alla loro cultura. Quando scendiamo nel profondo, questa radice comune dell’ideale umano c’è. E non parlo di valori, attenzione.

Vale a dire?
– I valori sono un concetto mercantile. Non è un caso che la parola nel latino antico non esista. Il valore cambia in base alle valutazioni della società. Parlo di virtù fondamentali, per le quali non è l’uomo il metro delle cose, ma ci sono cose che danno un metro all’uomo. Latino e greco ci offrono la chiave delle cose solide di cui abbiamo bisogno, perché ci sono cose profonde e umane che non sono calcolabili… D. Non teme d’essere preso per un passatista? R. No, è attualissimo. Basta osservare la tecnocrazia pragmatica che ha portato alla finanziarizzazione dell’industria, per capire quanto bisogno ci sia di umanesimo. E ora arriva il Ttip, Trattato transoceanico. Noi vogliamo insegnare latino non per studiare gli antichi romani, ma per dare, ai giovani una chiave per parlare con Petrarca, non per decifrarlo.

Che cos’ha da dire Petrarca?
– Nel Secretum, analizza la depressione, parla di abbandono totale, incuria, acedia, del non curarsi di nulla, per cui nulla ha peso e prezzo. Petrarca analizza la cosa in modo migliore degli psicoterapeuti, scende nel profondo anche crudelmente, affonda il coltello fino alla radice, parla del conflitto di due parti della volontà, della necessità di liberarsi dalla soggezione agli affetti perversi, di riscattarsi.

Si sente parlare di un ritorno del latino. Non hanno anche tradotto Harry Potter?
– Sarebbe un divertissement per eruditi. Se si limitasse a questo, la lingua non sarebbe morta, lo sarebbe tre volte.

Goffredo Pistelli
ItaliaOggi


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fonte:http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2062702&codiciTestate=&sez=hgiornali
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3 thoughts on “Il latino lo si può parlare bene

  1. Ho apprezzato moltissimo il vostro sito .
    Sto ancora leggendo tutto d un fiato l articolo iniziale ché mi ha conquistato. Sono una ex docente di Italiano e Latino nei Liceo italiani. E ho insegnato alla inizio anche latino e greco. Conservare i valori della Umanesimo è un impegno primario per me ! In una epoca in cui nulla è più umano. Il capitalismo , il biocapitalismo ché afferra e stravolge la vita delle giovani generazioni non è un Umanesimo!
    Grazie pertanto per questo splendido sito. ADRIANA MINIATI

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  2. Io ho avuto la fortuna , tanti anni fa, di avere come insegnante di latino nel biennio del liceo scientifico una professoressa che ci faceva parlare in latino . Mi ricordo ancora le sue parole durante una lezione ” Gli antichi Romani non passavano la vita a scolpire lapidi” . Dopo ho fatto tutt’ altro nella vita ma è qualcosa che comunque mi è servito quando ho voluto mettermi a imparare altre lingue straniere oltre all’ inglese .

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