Cari insegnanti, vi esorto alla Resistenza!

di Giancarlo “Joannes Carolus” Rossi.

Propongo qui l’intervento che il nostro amico Giancarlo Rossi avrebbe dovuto tenere al Convegno da noi organizzato a Napoli nel 2018 al Teatro Mercadante e che ha visto la partecipazione di più di 300 persone, con relatori da tutto il Mondo.

Voglio ringraziare in questa occasione Giancarlo, non solo per aver pubblicato a sorpresa questo intervento, ma soprattutto per il costante grande appoggio che ha dato a GrecoLatinoVivo fin dai primissimi passi. Senza il suo inesauribile incitamento, sprono ed in alcuni casi strenua difesa non sarei dove sono oggi.
(Giampiero Marchi – Direttore di GrecoLatinoVivo)


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Il marzo di quest’anno dovevo partecipare ad un convegno indetto a Napoli da GrecoLatinoVivo.
Tristissime vicende familiari me l’hanno impedito, ma forse vale la pena riproporre anche in questa sede la picciola orazione che avrei voluto pronunciare.

“Mulieres ornatissimae, amplissimi Viri, 
quorum plerique linguam litterasque latinas in scholis traditis, 
omnes ego vos, qui tam frequentes in hanc magnificam urbem, Joanne Petrulo Marchi auctore atque impulsore, confluxistis, salvere ex animo jubeo !
Aegre fero quod vobiscum esse non sinor, quicum jucundum fuisset conversari, sermocinari, delectari, sed graviora necopinantem me negotia distinuerunt, quominus conventiculo interessem. 
Sinite autem me. ac mecum Claudium Piga, nomine et Sodalitatis Latinae Mediolenensis, et Consociationis Europa Latina nuncupatae, optima quaeque vobis optare et Joanni Petrulo ejusque amicis gratulari, quod, quasi Hercules renati, coeptus suos ad felicem deducere exitum valuisse videntur. Arduum est enim tot talesque homines congregare, arduum tot tantosque suscipere labores, arduum senum severiorum rumores refellere invidosque compescere, maxime arduum in hac temporum infelicitate sperare contra spem.

Termino qui gli effetti speciali del latino, perché altri, di me ben più giovani, ma non certo meno eruditi, ve ne daranno prova plausibile in questo bel convegno, a lungo atteso dopo i fasti di Firenze, e passo al nostro idioma, per proporvi una riflessione squisitamente politica, che apparentemente nulla ha a che fare con le lingue classiche.

Da qualche tempo vado rimuginando sulle condizione della scuola italiana e sulle cause per cui ogni riforma escogitata nelle latebre ministeriali o balzata fuori bell’e e armata dalla testa di qualche ministro, che si crede Giove, quando non si crede Gentile, pur nella varietà rapsodica ed apparentemente contradditoria delle singole proposte, sembri seguire una linea del tutto coerente da circa mezzo secolo. 

Ognuno di voi che insegna, a prescindere dalle proprie opinioni politiche, può constatare come le riforme susseguitesi nei decenni abbiano peggiorato le condizioni dei docenti, abbassato il livello dell’apprendimento, burocratizzato l’ordinamento della scuola, complicato le relazioni interne e con le famiglie, ridotto i finanziamenti, e -fatto ben più grave!- tramutato il fine dell’istruzione pubblica dalla formazione del cittadino critico, capace e consapevole, all’addestramento del suddito docile, produttore e consumatore indifeso, mente manipolabile dai mezzi di comunicazione di massa.

Che la linea di stravolgimento della scuola da formatrice ad addestratrice sia coerente, viene attestato dalla coerentissima neolingua inventata dai pedagogisti ministeriali, che sforna imperterrita, sempre uguale a se stessa, sotto qualunque ministro, coniazioni lessicali improbabili, acrostici assurdi, juncturae truffaldine, sintassi aggrovigliate…
Ma lascio volentieri l’analisi critica del disastro a persone più di me competenti, che le vivono giorno per giorno. 

In rete peraltro vi sono siti ricchi di scambi d’opinione, che vale la pena visitare, come per esempio la pagina facebook “Non chiudete il liceo classico”, dove si confrontano spessissimo professori riflessivi, equilibrati ed indipendenti : fra tanti degni di considerazione mi piace citare Teodosio Orlando, Oreste Tappi e Lucio Russo.

Vorrei invece proporvi un orizzonte, verso il quale la vostra presenza qui, ed il vostro interesse per le lingue e la cultura classica, dimostrano che vi siete già affacciati, anzi inoltrati.
Quest’orizzonte si chiama, non sembri forzata la parola, R e s i s t e n z a !
Il mondo della scuola è trattato dalla politica a pesci in faccia, come sappiamo, e l’unica arma adoperata sinora dalle organizzazioni di categoria è lo sciopero.
Ma è arma da tempo spuntata, che quand’anche mobilitasse migliaia d’insegnanti, non sposta di un ette i progetti riformatori, riduce i già scarsi stipendi e per giunta si aliena, come tutte le sospensioni dei pubblici servizi, le simpatie dei cittadini.
Al posto dello sciopero -parola che deriva da ex opera, come sapete- vi propongo il superòpero.
Lo dico brutalmente: per resistere, occorre lavorare di più! “Come?”, mi direte scandalizzati – “Più di quanto già facciamo adesso, travolti da mille incombenze extradidattiche, dai trasferimenti di sede, dall’incertezza del ruolo, dagl’impegni familiari?”
Ebbene sì! Però l’orizzonte della Resistenza consente di ordinare il «superòpero» in modo razionale e meno affaticante di quanto si pensi.
Immaginate una banca del tempo, cui diano il contributo volontario pensionati, ragazzi senz’occupazione, genitori motivati, persone con un po’ di tempo libero.



A questa banca gl’insegnanti attingono per compensare il tempo che impegneranno per organizzare la Resistenza.
In che consiste questa resistenza? Anzitutto occorre cominciare da se stessi ed armarsi culturalmente per una guerra di lunga durata: con i mezzi oggi a disposizione, sia concreti, sia informatici, accrescete le vostre competenze linguistiche e scientifiche, organizzate gruppi di lavoro, scambiatevi esperienze per lettera o nei seminari, diffondete le più collaudate metodologie di apprendimento, coinvolgete i colleghi recalcitranti, diventate latinisti, grecisti, italianisti imbattibili.
Ciò comporterà molte ore di formazione. Chi supplisce? La Banca del Tempo appunto. Preparate un organigramma della vostra giornata, e distinguete le diverse mansioni che svolgete sia a scuola, sia a casa. Ad ognuna di esse può provvedere gratuitamente un contributore della Banca del Tempo: un ragazzo va a prendere da scuola i figli o li porta in palestra, un pensionato fa loro ripetizione, una cuoca prepara i pasti, un artigiano ripara le lavatrici, un genitore tiene compagnia al nonno, un esercente cinematografico dà biglietti gratis alla famiglia… butto così a caso.

E a scuola? Andrebbe superata anzi abbattuta la muraglia burocratica naturalmente, ma pensate di ottenere assistenti volontari che svolgano quella miriade d’incombenze idiote, che il Ministero di anno in anno getta sulle spalle degl’insegnanti, dalla compilazione di schede alle prove d’evacuazione!
Pensate a persone motivate che forniscano corsi integrativi e di sostegno, che facciano pulizie e manutenzioni negli edifici scolastici, che garantiscano l’apertura prolungata della scuola…

Ma gl’insegnanti, dopo aver acquisito, grazie agli aiuti della Banca del Tempo, un’ottima formazione, e sollevati da incombenze fastidiose, in aula che possono fare?
Semplice: aprire ai ragazzi l’orizzonte della Resistenza! Insegnare loro a resistere agli stereotipi dominanti, pur senza uscire dagli ambiti disciplinari.
Cominciamo dalla lingua.


Il primo avamposto da abbattere è la neolingua! Per citare il citatissimo Moretti, chi parla male, pensa male. Ed io aggiungo, chi inventa la neolingua, vuole ingannarti ! S’insegni dunque agli alunni come riconoscere le trappole sottese alla neolingua, anzi ai vari gerghi in cui si sta ramificando.
Anzitutto si aggredisca la neolingua ministeriale. Bisogna smontarla, traducendola in italiano corrente e comprensibile, scovando le connotazioni di certi osceni acrostici (POF, PIP ecc.), che celano il progetto di trasformare la scuola in azienda, sciogliendo le sintassi involute eccetera. Anche il latino è utilissimo a questo fine : provate a tradurre in latino una pagina scritta in gergo neolinguistico, e vedrete ogni fallacia, ogni voluta oscurità, ogn’inganno dissolversi nel passaggio dall’una all’altra lingua!
Seguono le roccaforti delle neolingue pubblicitaria, tecnocratica, manageriale, giornalistica, politica, infarcite di ridicoli e truffaldini anglicismi. Anche qui una bell’analisi, la traduzione in italiano corrente, il disvelamento delle intenzioni nascoste: ricordiamo che, come già si va dicendo in rete, quando chiamano jobs act la legge sul lavoro, intendono gabbare i lavoratori…

Insomma a scuola si aprirà un vastissimo spazio formativo, se insegnerete alle nuove generazioni come smontare le fallacie della comunicazione.

Che c’entra il latino? C’entra, c’entra, perché è una potentissima arma di verità.
Permettetemi un’autocitazione, da un vecchio saggio scritto una decina di anni fa sui motivi per cui valga la pena sapere il latino. Purtroppo ne è ancora attuale il contenuto!

Il latino -scrivevo- è un’arma di verità, che ben maneggiata, non solo ci difende dagl’inganni della pubblicità, vuoi mercantile, vuoi politicante, ma ci dà la speranza di comunicare con maggior consapevolezza con i nostri contemporanei.

E forse, chissà, in un’ideale repubblica di cittadini armati di cultura latina, sarà minore il rischio di vedere il rovesciamento dei principi di civiltà, al quale alludeva il Petrarca in una sua epistola all’amico Nelli, descrivendo la corte papale avignonese, ma quasi profeta di altre corti nostrane: bonos mergi, malos erigi, reptare aquilas, asinos volare, vulpes in curribus, corvos in turribus, columbos in sterquilinio, liberos lupos, agnos in vinculis, Christum denique exsulem, Antichristum dominum, Beelzebub judicem…!

Cari insegnanti vi esorto alla resistenza!
E buon lavoro !

Milano, 2 marzo 2018″

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